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Leo Rosten
La vita, anche per i piú fortunati, riserva seccature e affanni. Ma è importante
capire che tutto questo è normale e che lo stato di perpetua beatitudine esiste solo nei sogni.
Una volta gli uomini potevano guardare tristemente fuori della finestra, rispondere in malo modo alle mogli,
sbattere la porta oppure uscire di casa per stare un po' da soli senza che i familiari si affannassero ad aiutarli
a ogni costo applicando mal digeriti principi di psicoterapia. Un tempo non eravamo tanto sciocchi da pretendere
da tutti continue dimostrazioni di benessere psicologico.
Per farla breve, un tempo avevamo il buon senso di capire che la scontentezza, la disperazione - perfino gli insuccessi -
rientrano nella norma; che i battibecchi tra uomini e donne e tra genitori e figli sono inevitabili; che né Dio né il
destino né la biochimica si erano proposti di vederci sempre felici e contenti. Anzi, un segno di buona salute è proprio
la capacità di essere infelici quando la realtà delle cose lo giustifica; senza per questo sentire il bisogno di scusarsi o
di razionalizzare il fatto.
Adesso le cose non stanno più così. Oggi gli ottimisti ad oltranza proclamano che la scontentezza non è né
naturale né necessaria. Abbiamo paura di essere bollati come «nevrotici» e siamo assediati da euforici ottimisti che
muoiono dalla voglia di «aiutarci».
È un fenomeno nuovo nella storia dell'uomo. Fino a una trentina d'anni fa, nessuno osava mettere in discussione
il nostro diritto di essere infelici. La felicità era considerata una fortuna, non una cosa garantita. Ci era permesso
soffrire, essere di cattivo umore o desiderare la solitudine senza venir analizzati, interpretati e discussi. Oggi,
invece, il cattivo umore non è cattivo umore : è un «sintomo». Una sconfitta non è una sconfitta : è il segno di «un
inconscio desiderio di fallire». Non abbiamo più sentimenti; siamo schiavi delle «motivazioni». Mai come ora tanta gente
sa esattamente cosa affligge gli altri. Nella nostra società, la terminologia diagnostica e le esortazioni terapeutiche
si sprecano.
Non vorrei essere frainteso. Non critico la psichiatria e la psicanalisi come tali. La loro funzione, una funzione utile,
è quella di cercar di guarire i veri malati. Io me la prendo con i luoghi comuni, per cui se non sei sempre al settimo
cielo c'è in te qualcosa di anormale; e me la prendo con lo stupido presupposto che chi ha letto tre libri di psicanalisi
è qualificato a decidere chi è ammalato e quali formule magiche bisogna ripetere per guarirlo.
Una persona afflitta non è per forza di cose condannata. Equilibrio e buon senso sono certo migliori di un’affrettata seduta
psicanalitica. Mettersi in testa che il attivo umore passerà, che certe cose richiedono solo tempo, che non è necessario dare
a tutto una spiegazione, può essere molto più desiderabile di certe non richieste missioni di salvataggio.
Ci hanno indotti a credere che il nostro sacro dovere è «capire». Assurdo. Ci sono tante cose degli altri - anche di coloro
che conosciamo bene - che non capiremo mai. È sufficiente sapere che ognuno di noi è spesso irragionevole, petulante,
infantile e ingiusto.
A volte qualche giovane, scambiando la mia età per saggezza, mi chiede un consiglio. A parte alcune verità lapalissiane -
alle quali si riduce gran parte dell'esperienza - tutto quello che posso offrire, al marito o alla moglie che perdono il
sonno per i «conflitti» o la depressione del coniuge, è questo consiglio : «Amala (o amalo) e lascialo (o lasciala)
in pace per un po'. Non intrometterti se è in uno stato d'animo particolare; questo non significa necessariamente che
lui (o lei) ti detesti o ce l’abbia con sua madre o debba essere spinto sul divano dell’analista.»
Siamo esseri umani e dobbiamo quindi accettare l’idea di essere imperfetti. Dobbiamo rinunciare al sogno infantile
che tutti possiamo davvero vivere felici e contenti. La vita, anche per i più fortunati ed equilibrati, comporta
obblighi noiosi e spiacevoli.
La felicità è rara. La beatitudine - a parte alcuni periodi di breve durata - è un’invenzione dei poeti
a cui si aggrappano i nevrotici. Se sprecassimo meno tempo alla ricerca affannosa del piacere, potremmo scoprire le
infinite soddisfazioni e risorse del nostro io interiore che riesce ad accettare delusioni o desideri inappagati e che può
sentirsi veramente a suo agio nella contemplazione e nella solitudine.
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