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nato a Bari è stato professore di Storia e Filosofia nei licei. Si è sempre dedicato alla poesia sin dai suoi
anni giovanili. Pubblica la sua prima raccolta di poesie, Soltanto amore, nel 1986, per la casa
editrice La Vallisa. Seguono, come raccolte di poesie, La cinciallegra (1988),
La Collina dei Mandorli in fiore (1994), Questo sottilissimo filo… (2005).
Tra le opere di saggistica pubblica Una Scuola per l’uomo (1986), La Scuola italiana
tra obiettivi e standard (1999). Nell’ambito delle sperimentazioni metodologico-didattiche,
ricordiamo La rosa, il giardino fatato e l’erba giovane (1988).

DAGLI APPUNTI DI LETTURA DI MARICLA MARTIRADONNA
Le parole respirano, si fermano, accelerano, cantano. Nasce un luogo che luogo non è, immateriale eppure più
vero del vero perché voce dell’anima, dei moti inconfessati che vibrano sotterranei nel nostro quotidiano
con le loro corde gravi, soffocate. Quando vogliamo creare lo spazio per la loro voce, quando sappiamo
fare poesia, eccoci dunque con l’anima nuda. Bruno Aurisicchio si è fermato ad ascoltarla e ce la
consegna qui, in questo libro. Ogni poesia è affiancata da una fotografia, con un affascinante effetto
di controcanto. L’una forma riceve sostanza dall’altra e se ne allontana, proseguendo e confermando
la peculiarità del suo linguaggio pur nelle spontanee affinità ideali. Le pause, il ritmo, la melodia
dei versi del poeta dialogano con i mezzi espressivi dell’arte visiva».
NOTA DELL'AUTORE
La poetessa Alda Merini sostiene che la poesia non serve a nulla, anzi sottolinea che la sensibilità non
serve a niente senza l'intelligenza ("La Repubblica delle Donne", 16 settembre 2006).
L'affermazione può sembrare ambigua e contraddittoria.
Come si può, infatti, parlare di una sensibilità intelligente? Se le sensibilità provengono dai sensi
non dovrebbero essere intelligenti, ma seguire delle stimolazioni istintuali che poco hanno a che fare
con l'intelligenza, soprattutto se il discorso è raccordato alla poesia.
Personalmente ritengo che si riesca a far poesia vera quando chi la compone è dotato di estrema sensibilità,
anzi, quando il poeta diventa un fascio di sensazioni che affondano le radici dei propri ricordi nella reattività
ai fenomeni della natura, agli accadimenti della vita, all’amore e/o alla donna amata.
In questo senso la sequenza logica di chi fa poesia risulta essere poesia-sensibilità-intelligenza, dove
l'intelligenza costituisce il momento terminale di un processo esecutivo. Proviamo ad invertire i termini
della relazione, cioè intelligenza-sensibilità-poesia. Cosa cambia? Cambiano gli assi di riferimento, le
coordinate, perché sono convinto che oggi non sia più possibile scrivere poesie in modo non intelligente,
là dove per intelligenza non dovremo intendere pura razionalità, ma un poetico che non risulti vuota retorica,
costruzione fantastica e incomprensibile.
Intelligenza poetica significa, allora, a parere personale, creare una poesia che sia in grado di essere
codificata e decodificata da chiunque.
Se è vero che il poeta prova il dolore sulla propria pelle, è pur vero che, nella poesia intelligente,
lo steso dolore deve diventare sentimento universale, prevaricare gli angusti limiti del soggettivo,
assumere la caratteristica di messaggio universale, capace di essere inteso da tutti; ancora, consentire al
lettore di ricreare la situazione in cui si trova immerso, raccordarla a se stesso, farla propria e riviverla.
L'affermazione, estremamente personale, parte dalla convinzione che i versi di un poeta debbano essere
capaci di far vivere nuovamente al lettore, provveduto o sprovveduto che sia, quelle situazioni che sono
di tutti, che ognuno ha attraversato negli anni della propria esistenza, siano essi stati piccoli o grandi.
Trova, allora, una logica la poesia intelligente che coinvolge chi legge, che lo mette in condizione di rivivere
quelle sensazioni che, spesso, restano sopite, latenti e caratterizzano l'uomo. Sensazioni che sovente si
respingono, si allontanano, non per il gusto di farlo, ma perché spesso si ha paura di quanto accaduto negli
anni trascorsi.
I ricordi taciuti, infatti, non sono altro che atti inconsulti del soggetto il quale si ostina a voler
dimenticare le cose più belle della propria esistenza, le cose che hanno costituito un tessuto essenziale di
un segmento della propria vita, che spesso ha giustificato il gusto di vivere, i sogni, gli ideali che
accompagnano, inevitabilmente, tutti gli esseri umani. Nel momento in cui l'uomo, come personale presa di
coscienza, si rende conto che i ricordi, in alcuni casi, fanno male, sente il bisogno inevitabile di
allontanarli e seppellirli in un passato remoto per non dover accettare le sconfitte della propria vita terrena.
Ci accorgiamo così che il ritorno ad ascoltare quelle cose che si ha il coraggio di dire con l'anima nuda non
è altro che la bellezza, la dolcezza di un ricordo che, da patrimonio esclusivo di chi scrive, diventa richiesta
essenziale e substrato della vita di tutti.
Si può, allora, ancora una volta, concludere che i ricordi fanno bella la vita? Rispondiamo subito di sì, ma
quando sono vissuti in maniera rappacificata e trovano un senso plausibile nella scacchiera della esistenza
dell'uomo, dove ogni pedina viene mossa seguendo una logica che tiene conto di un successo finale, nella
prospettiva di dare scacco matto. A chi? Forse a se stessi.
In questi termini dovrebbe essere letto Con l'anima nuda, soltanto come accettazione della realtà che può
diventare bella, non nella disperazione di tutto ciò che torna nostalgicamente alla nostra mente, ma nella
dolcezza dei ricordi che hanno caratterizzato momenti veri, autentici di un'altra vita... la prima vita,
quella che ognuno di noi ha attraversato o sta attraversando in maniera provvisoria. Questo, forse,
significa fare poesia in modo intelligente.
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